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MADEINFAVELA PDF Stampa E-mail

1. PREMESSE E BACKGROUND STORICO CULTURALE Le favelas sono agglomerati di abitazioni e baracche sorti spontaneamente dalla fine del IXX secolo in tutto il centro e Sudamerica. Dal secondo dopoguerra in avanti, soprattutto a partire dagli anni cinquanta la favelizzazione ha avuto un incremento esponenziale.  Oggi è una realtà enorme in continua crescita ed espansione che interessa tutto il mondo e coinvolge l’intero pianeta sia per le dimensioni del fenomeno sia perché agglomerati urbani che soffrono di carenze e problematiche economiche e materiali sono presenti ovunque.Le favelas nascono, esemplificando estremamente, come necessità di trovare un tetto e una sistemazione, anche di fortuna, da parte di persone che dalle campagne e dalle foreste emigrano verso i grossi centri urbani.In realtà lo sviluppo del fenomeno è notevolmente complesso e coinvolge numerosi fattori. Allo stato attuale le favelas sono in parte situazioni urbane non ufficialmente riconosciute dove violenza e illegalità prosperano e si diffondono rapidamente e in parte comunità di persone alla ricerca di identità e dignità nonché portatrici di un grandissimo potenziale.L’atteggiamento nei confronti di questi agglomerati di persone e contraddittorio. Le istituzioni sono costrette a prenderle in considerazione, sia sul piano della sicurezza che su quello dello sviluppo urbano. I cittadini che non ci vivono, che siano più o meno benestanti hanno diversi approcci. Chi le ignora tranquillamente rimuovendole persino sul piano della coscienza psicologica, chi le disprezza e ne è infastidito, chi cerca di operare sul piano dell’aiuto umanitario, spesso con risultati poco incoraggianti o a volte disastrosi, chi le sfrutta come bacini di mano d’opera a basso costo per attività sia lecite che illecite.In Rio de Janeiro si trovano 700 favelas. In questa città in particolare paradossalmente le favelas sono anche un terreno culturale particolarmente attivo e fertile. Basti pensare che il famoso Carnevale, insieme al Samba trae in parte la propria origine da questi ambienti che talvolta vedono al proprio interno, all’inizio del XX secolo, la fondazione di scuole di Samba molto rinomate. I rapporti tra Carnevale, Samba, cittadini comuni, favelados, delinquenza e istituzioni è altamente complesso, ma sta di fatto che si tratta di una realtà culturale molto profonda con radici antiche e che influenza gran parte della cultura del mondo odierno.In tale contesto, molto sinteticamente descritto, si trovano favelas grandi e piccole tra le quali Vila Canoas. Si tratta di un agglomerato di case di circa 3.000 abitanti il quale è stato protagonista negli ultimi 25 anni di un destino curioso e del tutto particolare.   

2. VILA CANOAS – LA STORIA - CONTESTO AMBIENTALE La favela di Vila Canoas si trova nel quartiere di San Conrado, sulle pendici di rilievi poco sopra la spiaggia nella zona Sud di Rio. Sopra l’agglomerato urbano svettano le montagne di Pedra da Gàvea e Pedra Bonita che arrivano a 7/800 metri di altitudine. I monti sono ricoperti di foresta pluviale che si estende per molti chilometri quadrati a costituire il bellissimo Parco Nazionale di Tijuca.E’ difficile rendersi conto di trovarsi in una metropoli e non in un piccolo paese. Inoltre le ville della zona residenziale insieme al Campo da Golf adiacente sono a ridosso della favela creando, come accade di consueto a Rio, il fronteggiarsi di mondi sostanzialmente diversi.Nell’agglomerato di abitazioni vivono circa 3.000 persone e si trovano diverse attività commerciali e artigianali.Verso l’inizio degli anni ’80, quando la favela ancora non esisteva e A San Conrado si trovavano solo le ville della zona residenziale immerse nella foresta, una di queste, da ampliare e ristrutturare venne acquistata dal Sig. Urani, un torinese proveniente da San Paolo che fin dagli anni ’60 si stava occupando delle operazioni industriali della FIAT in Brasile e in America Latina.Per un po’ di tempo le cose sembrarono andare normalmente, ma un giorno dalla sera alla mattina la famiglia Urani si trovò a fare i conti con un fenomeno, per loro e per quella zona, del tutto nuovo.Qualcuno nella notte costruiva baracche di fortuna appoggiandole al muro della loro casa o comunque sui terreni prospicienti. In un primo momento la reazione fu quella di acquistare i terreni e dare dei soldi a queste persone poiché potessero andare a costruire altrove, ma ben presto il fenomeno si rivelò inarrestabile e la famiglia Urani dovette cambiare strategia.Nel frattempo Franco Urani aveva abbandonato le spoglie del manager industriale e aveva cominciato a occuparsi d’altro. Una delle nuove attività che sembrava profilarsi all’orizzonte, sebbene priva di qualsiasi remunerazione e su base totalmente volontaria, era proprio quella di occuparsi dello strano fenomeno.Così sui terreni acquistati venne costruito un primo edificio in muratura e ben presto la famiglia Urani fondò un’associazione senza fini di lucro con lo scopo di dare una mano ai nuovi venuti, spesso disperati, che cercavano una sistemazione.Per farla breve, perché la storia è lunga, grazie alle relazioni, alle capacità amministrative e manageriali , alle idee chiare e a una grande volontà nel giro di alcuni anni con l’aiuto di associazioni italiane, statunitensi e brasiliane, dell’Unione Europea e della Prefeitura di Rio, quello che avrebbe potuto essere un agglomerato informe di baracche divenne una comunità.Tra i problemi fondamentali in un’operazione di questo tipo c’erano (e ci sono tuttora) quelli di non fare semplice assistenzialismo, di vincere diffidenze provenienti da ogni parte, di non essere usati, di essere attenti al possibile nascere di attività illecite e illegali, anche pericolose, di rispettare la dignità e l’identità di ogni singolo abitante e della comunità nel suo insieme, di non sconvolgere la cultura locale, di non imporre nulla.In 25 anni le attività principali sono state la ristrutturazione di 400 abitazioni, la sistemazione e urbanizzazione di tutta la favela con il risanamento di fognature , del fiume limitrofo e della rete elettrica, la costruzione di scuole, asili, biblioteche, di una ludoteca, di un centro per anziani e centri di salute, il varo di internet comunitaria e del centro di informatica, di attività sportive e di doposcuola. Attualmente l’organizzazione è impegnata nel recupero e incentivazione di attività artigianali, culturali e di design locali.Ma una delle attività di maggiore impegno è quella delle padrinizzazioni con l’affidamento a distanza, ogni anno, di 450 bambini. sostenuti da associazioni e famiglie di Italia, USA e Brasile.Altri aiuti riguardano il sostegno per le case e le borse di studio. Sono attualmente 50 i ragazzi che, in 25 anni grazie al sostegno di Para Ti, sono arrivati alla laurea.Tutto ciò è stato possibile realizzarlo semplicemente con grande professionalità e impegno, ma soprattutto con una volontà di ferro e una grande fiducia nelle persone e nella realizzazione delle cose.   

3.  In tale ambito è nato anche il progetto madeinfavela®  che prevede di studiare, concepire e produrre oggetti per la casa, capi e accessori di abbigliamento all’interno della favela.Le produzioni sono studiate da stilisti e designer italiani, brasiliani e italo-brasiliani in collaborazione e si avvarranno di consulenza e mano d’opera di artigiani locali di alto livello correttamente e giustamente remunerati.I prodotti realizzati sono studiati per esprimere le culture e il contesto nei quali nascono e pongono particolare attenzione a tematiche come il riciclo di materiali e oggetti, i contenuti del Carnevale, la creatività sopraffina dell’artigianato locale e l’innovazione scaturita dall’incontro di professionalità di diversa provenienza. Verranno presentati e distribuiti sui mercati italiano e brasiliano dando particolare rilievo al retroterra culturale citato nel quale sono stati pensati e confezionati essendo appunto la loro fattura strettamente legata ad esso.La produzione, in questa prima fase, sarà orientata su alcune linee accuratamente scelte sia per gli oggetti di arredamento sia per i capi e gli accessori di abbigliamento. La scelta delle linee di prodotto è stata effettuata tenendo conto di diversi fattori, tra i quali in primo luogo: 

Ø       innovazione delle proposte

Ø       tradizioni e cultura locale

Ø       trend attuali di mercato

Ø       materie prime disponibili

Ø       tipologie di lavorazioni disponibili

Ø       valorizzazione delle professionalità artigianali locali 

Le linee di prodotto e ogni singolo articolo, nonché le materie prime e le lavorazioni sono descritte nell’allegato madeinfavela®. Madeinfavela è ideato e realizzato da Lidia Urani, con la consulenza di Giuliana Marcon e si avvale del contributo di Luciana Freitas per la parte relativa all’abbigliamento.Il settore relativo all’arredamento è curato da Lidia Urani con Giuliana Marcon in collaborazione con diversi artigiani di Vila Canoas. Mauro Villone è impegnato nella gestione della comunicazione esterna e interna e collabora al coordinamento generale.Nella favela sono coinvolte numerose altre persone tra i quali artigiani e figure professionali diverse che collaborano alla gestione della Para Ti.  

4. BENEFICI SOCIALI Al di là del possibile ritorno in termini economici e di immagine madeinfavela® dovrà avere una ricaduta benefica sul piano sociale.Tale ricaduta potrà avvenire su diversi piani tra i quali in primo luogo dare immagine e visibilità agli altri progetti e alla realtà sociale di Para Ti e in secondo luogo fungere da veicolo per la comunicazione pratica di tale realtà.Ma soprattutto, una volta avviato il processo con successo, lo stesso potrà essere fonte di reddito per artigiani e altri collaboratori coinvolti.Se si riuscirà a realizzare, grazie all’impegno e a una congiuntura favorevole, lo sviluppo del progetto in modo tale da creare un significativo flusso di produzione, distribuzione e ritorno economico si potrà ritenere di aver raggiunto un obbiettivo realmente significativo. 

 
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UN ALTRO SGUARDO E IL TURIN PHOTO FESTIVAL

LE MOTIVAZIONI DELLA SELEZIONE E UN’IPOTESI DI PERCORSO, di Mauro Villone

Il festival raccoglie materiale riguardante diversi temi che potrebbero ascriversi a due indirizzi principali. I Diritti Umani da una parte e l’Architettura e il Design dall’altra, con alcuni punti di contatto tra loro e con in più un’attenzione particolare sulla Fotografia al Femminile intesa come lo sguardo femminile sul mondo.

Cominciamo dai Diritti Umani. La mia concezione sul tema si è formata negli anni sulla base di diverse esperienze di studio e ricerca, di viaggio, di operatività nel sociale.

Anni fa uno dei più autorevoli studiosi sull’argomento, lo svedese Johann Galtung, pubblicò un libro con il titolo “I Diritti Umani in un'altra chiave”.

Detto in pochissime parole il libro illustra (e dimostra) come i diritti umani siano cosa ben più profonda e diversa dal disagio creato da guerre e fame o altre emergenze di qualsiasi tipo. Il diritto umano nasce con l’identità stessa della persona. Esistono dunque diritti misconosciuti come la necessità di creare, di fare sesso liberamente, di accettare il proprio corpo, di pregare il dio o l’oggetto di culto che si preferisce ed esistono altri diritti che sembrano scontati, ma non lo sono affatto. Come per esempio orinare e defecare in un bagno, che sembra una cosa normale ed invece per alcuni miliardi di individui sul pianeta non lo è affatto visto che sono costretti a farlo per la strada. O cose molto più banali e quotidiane come il vivere felici e tranquilli anche in un ufficio senza ad esempio dover sopportare il mobbing di colleghi e superiori.

In tale ottica abbiamo scelto i lavori e gli autori che trattassero questo delicato tema osservato in un’ampia visuale e li commento qui brevemente, senza pretesa alcuna di fare il critico (che non me ne può fregare di meno e poi non sono capace di scrivere cose troppo intellettuali e incomprensibili), ma semplicemente scrivendo due righe del mio pensiero, solo per il piacere di farlo, andando in ordine sparso.

Michele De Vita presenta un lavoro potente e d’impatto sui contadini delle Langhe, un tema a me caro. Le aziende che si occupano della produzione di materie prime per l’alimentazione come vino e ortaggi sono fiorenti, ma i singoli e le piccole famiglie che tradizionalmente vivevano di agricoltura sono pressoché in rovina. La loro cultura si va perdendo e così anche il diritto delle persone, siano esse contadine o meno, di godere e usufruire di conoscenze antiche, utili a una comprensione profonda dell’esistenza.

Rosalba Proto e Maria pace Chiavari hanno proposto due lavori analoghi, ambedue trattati con delicatezza, che documentano un certo modo di vivere la religione e il culto. Anche queste tradizioni sono a rischio, assediate da ben altri oggetti di culto, più materiali e superficiali.

Ed è proprio per fuggire dalla superficialità e andare il più possibile in profondità che ho proposto la mia istallazione fotomusicale “Ferma un Attimo”.

Altrettanta attenzione alla contrapposizione tra l’eternità dello spirituale e all’impermanenza della materia mostrano le due opere di Gabriela Malvido, che è venuta trovarci da Città del Messico.

In una dimensione a queste parallela si svolge il sorprendente lavoro di Caterina Farassino. La prima fotografa (di cui io almeno abbia notizia) che ha affrontato la sfida di illustrare i chackras in fotografia. Caterina era fotografa del mondo musicale: forse questo lavoro una premonizione del suo passaggio imminente dal mondo della materia a quello della luce?

Con i lampi di luce ha lavorato anche Maria Erovereti per raccontare della memoria come elemento importante alla costruzione della nostra identità, ma anche come scrigno dei nostri valori più profondi.

Grande delicatezza dimostra anche Franca Chiono, con un lavoro su una terra martoriata dagli scontri e dalla siccità che dimostra come, anche in simili condizioni, l’universo possa essere elegante e commovente.

Dalla stessa terra proviene il reportage sugli sguardi dei bambini di Dilan Benedetti del quale non saprei che altro dire se non che mi va diritto al cuore.

Luigi Gariglio, con una maestria che non ha certo bisogno di presentazioni, è capace di mettere letteralmente a nudo persone qualsiasi, dimostrando come essere sia infinitamente più importante e ricco di dignità che sembrare.

Un altro lavoro sulle persone, molto meno tecnico e molto più istintivo essendo un reportage, è quello di Andrea Guermani che meriterebbe una presentazione a parte. Documenta anni di interventi dei Giullari senza Frontiere, che per anni hanno girato con i loro spettacoli aree tra le più infernali del pianeta, come carceri, ospedali psichiatrici, discariche dove vivono persone, per cercare di portare solidarietà e voglia di ridere.

Altro reportage che dimostra come il mondo dei dimenticati sia ricco di bellezza ed eleganza è quello di Laura Pacelli, sulla periferia Sud di una delle megalopoli più grandi e difficili del mondo: San Paolo del Brasile.

Lo stesso fa Zeng Yi, uno dei più grandi fotoreporter cinesi, che documenta artisticamente la bellezza di un mondo che scompare lentamente. Insieme a lui abbiamo presentato diversi altri lavori che raccontano la CinaMao che raccontano di un paese tra ricerca di cambiamento e oppressione in contrapposizione ai lavori di Xiao Ge, un’affermata artista che in un dirompente mix di performance, istallazioni e fotografia, sottolinea l’emancipazione della donna cinese di oggi. di ieri e di oggi. Come per esempio collezioni inedite di foto sulla Cina dell’inizio del secolo scorso e sulla vita privata di

Della condizione della donna in Africa ne parlano magistralmente le foto di Varda Carmeli, che è venuta a trovarci da Israele. Donne che hanno sulle proprie spalle la sopravvivenza materiale e spirituale delle loro famiglie e che invece ufficialmente sono, con i loro bambini, proprietà degli uomini.

A proposito di emancipazione della donna trovo che un lavoro di estrema raffinatezza ed eleganza sia quello di PEPE (Giorgia Mannavola e Andrea Ferrari). Opere d’arte capaci di esistere semplicemente in se stesse per l’accattivante eleganza visiva, ma altresì capaci di raccontare in un attimo un disagio profondo e secolare.

Al contrario il collettivo OCCHIO MAGICO proveniente da Milano, città europea (forse d’avanguardia?) racconta della visone del sesso da parte di giovani fotografi, dimostrando come in realtà quello che sembrerebbe essere un diritto acquisito e scontato sia un mondo ancora tutto da esplorare.

Di un’altra città europea, Londra, ci parla Ottavia Castellina con un reportage artistico sui luoghi dove vivono le donne immigrate. Nel vedere le sue foto, al di là della piacevolezza visiva e dell’apprezzamento del come sono realizzate mi sorge una domanda: “I diritti in Europa sono salvaguardati o bisogna strapparseli con le unghie e con i denti?”.

E rimaniamo in Europa con altri due lavori sui luoghi non luoghi dove costruire un’identità, sia essa di posti come di persone, è una sfida (e non un diritto acquisto evidentemente). Un reportage classico di un maestro incontrastato, Uliano Lucas, sul quartiere Libertà di Bari e la ricerca di un altro giovane collettivo milanese, Italian Beef Studio, sul quartiere Bicocca di Milano. Dura la vita nelle periferie metropolitane eh?

Ed è proprio sul tema dell’identità, a mio modo di vedere, il lavoro impressionante di Francesca Renolfi. La ricerca (e forse il ritrovarsi) di se stessi con un utilizzo dell’autoritratto che, invece (come spesso accade) di dare spazio all’ego, conduce a grandissima profondità.

In un tale contesto ci sembrava interessante, nell’ambito di un festival, inserire anche una sezione storica. Fotografie riguardanti Guillermo e Frida Kahlo, Basquiat e Marilyn Monroe, icone artistiche e sociali e vite forse maledette, emblematiche di una società alla disperata ricerca di qualcosa in cui credere e punti di riferimento.

In altra metropoli (Istanbul) si svolge la ricerca di Barbara Sales. Ma come mai dove sembra che i diritti siano meno rispettati il mondo appare più pittoresco? Mah!

E come mai da questi posti, forse più poveri e più difficili, si spostano masse sempre più massicce di persone che affrontano disagi che a volte sconfinano in una lotta disperata simile alla guerra? Come ci racconta Simone Perolari nel suo toccante lavoro sugli immigrati nei centri di accoglienza di Spagna e Italia.

E’ invece Eloisa D’Orsi a raccontare da dove queste persone si muovono. Con reportage di una bellezza e un impatto cromatico tali da far quasi dimenticare che ci si trova in presenza di diritti violati. Cuba, Brasile, Venezuela e oltre…

D’altra parte, paradossalmente, è proprio da questi posti che viene la forza dirompente dell’allegria per affrontare le difficoltà della vita come raccontano i lavori sul Carnevale di Rio di Lidia Urani. Ad esse, meravigliosamente, fanno da contraltare le poetiche immagini di Luigi Starace sul Carnevale Dauno del Sud Italia. Allora esiste una possibilità di collegamento tra i popoli per la pace di tutto il mondo?

Ma esiste un altro diritto, quello di essere qualcuno senza dover per forza fare qualcosa. Sono persone come Enrico Frignani e Francois Montcorbier, con le loro splendide fotografie, a riconoscere tale diritto. Sconosciute persone per la strada diventano nelle loro immagini protagonisti di paesaggi urbani (e umani) che sono opere d’arte figurativa del nostro tempo.

Siamo liberi di essere, per Dio, e abbiamo il diritto di prenderci o ri-prenderci la nostra libertà, come ci ricordano Marta Zen ed Elena Lazzari (Me-We).

E veniamo al resto.

Un primo lavoro, che crea un collegamento tra i diritti umani e il design è quello di Nicoletta Nicosia sul Museo Ebraico di Berlino. Interpretazione magistrale di architetture che devono comunicare orrore e meraviglia.

In bianco e nero anche l’interpretazione di architetture, linee e forme di Roberto Tealdi, capace di mostrare come forme create dall’uomo, anche con il cemento armato, possano essere poesia e armonia.

Ma sono poi così distanti tra loro le infinite tematiche dell’esistenza? Io credo di no, come abbiamo dimostrato a Rio de Janeiro nel laboratorio di Design collegato al Festival, realizzando con gli amici di Segno Materico e gli artigiani della Favela di Vila Canoas opere di design di grande raffinatezza.

La stessa cosa racconta il reportage di Mads Mogensen e Martina Hunglinger. Una cooperativa di artigiani di una favela del Sud del Brasile produce articoli d’abbigliamento di grande pregio distribuiti in tutto il mondo.

Forse lo dimostra anche il lavoro di un altro reporter di grande rilievo, Mauro Raffini, che presenta un suo lavoro storico sull’interazione tra i bambini e Bruno Munari, designer troppo all’avanguardia (soprattutto sul piano umano) per non essere misconosciuto in Italia.

Ed è insieme a Lidia, che è stata allieva di Munari, che abbiamo scelto i lavori sull’architettura, le geometrie e il design proposti nella rassegna.

Abbiamo privilegiato opere capaci di suggerire un altro sguardo sulle architetture che ci circondano, come quelle sui musei di tutto il mondo di Max Tomasinelli e quelle sui teatri di Patrizia Mussa. Lavori capaci di trasmettere in profondità l’emozione data dalla sontuosità (e forse anche dalla sacralità) delle creazioni umane.

La stessa emozione che trasmette Maura Banfo capace di suggerire, con l’interpretazione personale di opere architettoniche, l’accesso a un mondo diverso e arcano e al tempo stesso commuovere (rimandando di nuovo così ai diritti umani) con la semplice immagine di un vecchio letto gettato in un cortile.

E un altro mondo lo suggerisce o lo ipotizza anche Luisa Raffaelli con le sue fotopitture virtuali. Un mondo semplicemente bello e forse inesistente, ma in qualche modo, che io non so spiegare, legato profondamente a qualcosa di interiore di ognuno di noi. Un mondo onirico e forse irreale dove ci identifichiamo con i gesti del personaggio protagonista delle opere.

Forse in quello stesso mondo che a parole non si può raccontare ci conducono le immagini di Michele Calia. Paesaggi e architetture minime alle quali viene sottratto con dei graffi ancora qualcosa.

Mentre Roberto Mineo con le sue fotosculture ri-crea e ri-disegna situazioni esistenti nel reale dando ad esse un’atmosfera surreale laddove sogno e memoria si mescolano e si espandono.

Patrizia Dottori ed Elena Lazzari ci dimostrano come si possa, anche in luoghi dove velocità e tecnologia sono padrone come Berlino e New York, semplicemente viaggiando ed osservando con sensibilità, vedere il mondo con un altro sguardo capace di percepire bellezza ed eleganza ovunque.

Ed è forse proprio dall’osservazione sensibile che nascono le forme (apparentemente) inventate dall’uomo. Lo suggerisce Lia Pascaniuc con il suo lavoro di ricerca sul Natural Design. Forme, colori e luci naturali creano composizioni geometriche e cromatiche (apparentemente) artificiali.

E sullo stesso paesaggio naturale si soffermano gli sguardi di Valeria Calderoni e di Francesca Vergnano riportandoci invece al mondo primordiale, celebrando la natura selvaggia dalla quale in ultima analisi tutto scaturisce.

La selezione che io, Lidia, Sanfo e Angelo abbiamo fatto, insieme all’abbinamento con le location ha dato un risultato per noi molto soddisfacente. Pensiamo che il lavoro di gruppo realizzato con arte, sensibilità e professionalità da parte di tutti noi, tutto lo staff, gli autori e chi ci ha ospitato sia in sintonia con il grande bisogno di tutti di arricchire lo spirito dell’uomo con un altro sguardo.

Mauro Villone

 
MOSTRA “UN ALTRO SGUARDO SU TORINO” PDF Stampa E-mail
Monday 11 February 2008 14:37

MOSTRA “UN ALTRO SGUARDO SU TORINO” ALLA CASA DEL TEATRO RAGAZZI.

 

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LABORATORIO DESIGN PDF Stampa E-mail
Monday 11 February 2008 14:34

LABORATORIO DESIGN CON REPORTAGE A RIO DE JANEIRO.

 

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