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UN ALTRO SGUARDO E IL TURIN PHOTO FESTIVALLE MOTIVAZIONI DELLA SELEZIONE E UN’IPOTESI DI PERCORSO, di Mauro Villone Il festival raccoglie materiale riguardante diversi temi che potrebbero ascriversi a due indirizzi principali. I Diritti Umani da una parte e l’Architettura e il Design dall’altra, con alcuni punti di contatto tra loro e con in più un’attenzione particolare sulla Fotografia al Femminile intesa come lo sguardo femminile sul mondo. Cominciamo dai Diritti Umani. La mia concezione sul tema si è formata negli anni sulla base di diverse esperienze di studio e ricerca, di viaggio, di operatività nel sociale. Anni fa uno dei più autorevoli studiosi sull’argomento, lo svedese Johann Galtung, pubblicò un libro con il titolo “I Diritti Umani in un'altra chiave”. Detto in pochissime parole il libro illustra (e dimostra) come i diritti umani siano cosa ben più profonda e diversa dal disagio creato da guerre e fame o altre emergenze di qualsiasi tipo. Il diritto umano nasce con l’identità stessa della persona. Esistono dunque diritti misconosciuti come la necessità di creare, di fare sesso liberamente, di accettare il proprio corpo, di pregare il dio o l’oggetto di culto che si preferisce ed esistono altri diritti che sembrano scontati, ma non lo sono affatto. Come per esempio orinare e defecare in un bagno, che sembra una cosa normale ed invece per alcuni miliardi di individui sul pianeta non lo è affatto visto che sono costretti a farlo per la strada. O cose molto più banali e quotidiane come il vivere felici e tranquilli anche in un ufficio senza ad esempio dover sopportare il mobbing di colleghi e superiori. In tale ottica abbiamo scelto i lavori e gli autori che trattassero questo delicato tema osservato in un’ampia visuale e li commento qui brevemente, senza pretesa alcuna di fare il critico (che non me ne può fregare di meno e poi non sono capace di scrivere cose troppo intellettuali e incomprensibili), ma semplicemente scrivendo due righe del mio pensiero, solo per il piacere di farlo, andando in ordine sparso. Michele De Vita presenta un lavoro potente e d’impatto sui contadini delle Langhe, un tema a me caro. Le aziende che si occupano della produzione di materie prime per l’alimentazione come vino e ortaggi sono fiorenti, ma i singoli e le piccole famiglie che tradizionalmente vivevano di agricoltura sono pressoché in rovina. La loro cultura si va perdendo e così anche il diritto delle persone, siano esse contadine o meno, di godere e usufruire di conoscenze antiche, utili a una comprensione profonda dell’esistenza. Rosalba Proto e Maria pace Chiavari hanno proposto due lavori analoghi, ambedue trattati con delicatezza, che documentano un certo modo di vivere la religione e il culto. Anche queste tradizioni sono a rischio, assediate da ben altri oggetti di culto, più materiali e superficiali. Ed è proprio per fuggire dalla superficialità e andare il più possibile in profondità che ho proposto la mia istallazione fotomusicale “Ferma un Attimo”. Altrettanta attenzione alla contrapposizione tra l’eternità dello spirituale e all’impermanenza della materia mostrano le due opere di Gabriela Malvido, che è venuta trovarci da Città del Messico. In una dimensione a queste parallela si svolge il sorprendente lavoro di Caterina Farassino. La prima fotografa (di cui io almeno abbia notizia) che ha affrontato la sfida di illustrare i chackras in fotografia. Caterina era fotografa del mondo musicale: forse questo lavoro una premonizione del suo passaggio imminente dal mondo della materia a quello della luce? Con i lampi di luce ha lavorato anche Maria Erovereti per raccontare della memoria come elemento importante alla costruzione della nostra identità, ma anche come scrigno dei nostri valori più profondi. Grande delicatezza dimostra anche Franca Chiono, con un lavoro su una terra martoriata dagli scontri e dalla siccità che dimostra come, anche in simili condizioni, l’universo possa essere elegante e commovente. Dalla stessa terra proviene il reportage sugli sguardi dei bambini di Dilan Benedetti del quale non saprei che altro dire se non che mi va diritto al cuore. Luigi Gariglio, con una maestria che non ha certo bisogno di presentazioni, è capace di mettere letteralmente a nudo persone qualsiasi, dimostrando come essere sia infinitamente più importante e ricco di dignità che sembrare. Un altro lavoro sulle persone, molto meno tecnico e molto più istintivo essendo un reportage, è quello di Andrea Guermani che meriterebbe una presentazione a parte. Documenta anni di interventi dei Giullari senza Frontiere, che per anni hanno girato con i loro spettacoli aree tra le più infernali del pianeta, come carceri, ospedali psichiatrici, discariche dove vivono persone, per cercare di portare solidarietà e voglia di ridere. Altro reportage che dimostra come il mondo dei dimenticati sia ricco di bellezza ed eleganza è quello di Laura Pacelli, sulla periferia Sud di una delle megalopoli più grandi e difficili del mondo: San Paolo del Brasile. Lo stesso fa Zeng Yi, uno dei più grandi fotoreporter cinesi, che documenta artisticamente la bellezza di un mondo che scompare lentamente. Insieme a lui abbiamo presentato diversi altri lavori che raccontano la CinaMao che raccontano di un paese tra ricerca di cambiamento e oppressione in contrapposizione ai lavori di Xiao Ge, un’affermata artista che in un dirompente mix di performance, istallazioni e fotografia, sottolinea l’emancipazione della donna cinese di oggi. di ieri e di oggi. Come per esempio collezioni inedite di foto sulla Cina dell’inizio del secolo scorso e sulla vita privata di Della condizione della donna in Africa ne parlano magistralmente le foto di Varda Carmeli, che è venuta a trovarci da Israele. Donne che hanno sulle proprie spalle la sopravvivenza materiale e spirituale delle loro famiglie e che invece ufficialmente sono, con i loro bambini, proprietà degli uomini. A proposito di emancipazione della donna trovo che un lavoro di estrema raffinatezza ed eleganza sia quello di PEPE (Giorgia Mannavola e Andrea Ferrari). Opere d’arte capaci di esistere semplicemente in se stesse per l’accattivante eleganza visiva, ma altresì capaci di raccontare in un attimo un disagio profondo e secolare. Al contrario il collettivo OCCHIO MAGICO proveniente da Milano, città europea (forse d’avanguardia?) racconta della visone del sesso da parte di giovani fotografi, dimostrando come in realtà quello che sembrerebbe essere un diritto acquisito e scontato sia un mondo ancora tutto da esplorare. Di un’altra città europea, Londra, ci parla Ottavia Castellina con un reportage artistico sui luoghi dove vivono le donne immigrate. Nel vedere le sue foto, al di là della piacevolezza visiva e dell’apprezzamento del come sono realizzate mi sorge una domanda: “I diritti in Europa sono salvaguardati o bisogna strapparseli con le unghie e con i denti?”. E rimaniamo in Europa con altri due lavori sui luoghi non luoghi dove costruire un’identità, sia essa di posti come di persone, è una sfida (e non un diritto acquisto evidentemente). Un reportage classico di un maestro incontrastato, Uliano Lucas, sul quartiere Libertà di Bari e la ricerca di un altro giovane collettivo milanese, Italian Beef Studio, sul quartiere Bicocca di Milano. Dura la vita nelle periferie metropolitane eh? Ed è proprio sul tema dell’identità, a mio modo di vedere, il lavoro impressionante di Francesca Renolfi. La ricerca (e forse il ritrovarsi) di se stessi con un utilizzo dell’autoritratto che, invece (come spesso accade) di dare spazio all’ego, conduce a grandissima profondità. In un tale contesto ci sembrava interessante, nell’ambito di un festival, inserire anche una sezione storica. Fotografie riguardanti Guillermo e Frida Kahlo, Basquiat e Marilyn Monroe, icone artistiche e sociali e vite forse maledette, emblematiche di una società alla disperata ricerca di qualcosa in cui credere e punti di riferimento. In altra metropoli (Istanbul) si svolge la ricerca di Barbara Sales. Ma come mai dove sembra che i diritti siano meno rispettati il mondo appare più pittoresco? Mah! E come mai da questi posti, forse più poveri e più difficili, si spostano masse sempre più massicce di persone che affrontano disagi che a volte sconfinano in una lotta disperata simile alla guerra? Come ci racconta Simone Perolari nel suo toccante lavoro sugli immigrati nei centri di accoglienza di Spagna e Italia. E’ invece Eloisa D’Orsi a raccontare da dove queste persone si muovono. Con reportage di una bellezza e un impatto cromatico tali da far quasi dimenticare che ci si trova in presenza di diritti violati. Cuba, Brasile, Venezuela e oltre… D’altra parte, paradossalmente, è proprio da questi posti che viene la forza dirompente dell’allegria per affrontare le difficoltà della vita come raccontano i lavori sul Carnevale di Rio di Lidia Urani. Ad esse, meravigliosamente, fanno da contraltare le poetiche immagini di Luigi Starace sul Carnevale Dauno del Sud Italia. Allora esiste una possibilità di collegamento tra i popoli per la pace di tutto il mondo? Ma esiste un altro diritto, quello di essere qualcuno senza dover per forza fare qualcosa. Sono persone come Enrico Frignani e Francois Montcorbier, con le loro splendide fotografie, a riconoscere tale diritto. Sconosciute persone per la strada diventano nelle loro immagini protagonisti di paesaggi urbani (e umani) che sono opere d’arte figurativa del nostro tempo. Siamo liberi di essere, per Dio, e abbiamo il diritto di prenderci o ri-prenderci la nostra libertà, come ci ricordano Marta Zen ed Elena Lazzari (Me-We). E veniamo al resto. Un primo lavoro, che crea un collegamento tra i diritti umani e il design è quello di Nicoletta Nicosia sul Museo Ebraico di Berlino. Interpretazione magistrale di architetture che devono comunicare orrore e meraviglia. In bianco e nero anche l’interpretazione di architetture, linee e forme di Roberto Tealdi, capace di mostrare come forme create dall’uomo, anche con il cemento armato, possano essere poesia e armonia. Ma sono poi così distanti tra loro le infinite tematiche dell’esistenza? Io credo di no, come abbiamo dimostrato a Rio de Janeiro nel laboratorio di Design collegato al Festival, realizzando con gli amici di Segno Materico e gli artigiani della Favela di Vila Canoas opere di design di grande raffinatezza. La stessa cosa racconta il reportage di Mads Mogensen e Martina Hunglinger. Una cooperativa di artigiani di una favela del Sud del Brasile produce articoli d’abbigliamento di grande pregio distribuiti in tutto il mondo. Forse lo dimostra anche il lavoro di un altro reporter di grande rilievo, Mauro Raffini, che presenta un suo lavoro storico sull’interazione tra i bambini e Bruno Munari, designer troppo all’avanguardia (soprattutto sul piano umano) per non essere misconosciuto in Italia. Ed è insieme a Lidia, che è stata allieva di Munari, che abbiamo scelto i lavori sull’architettura, le geometrie e il design proposti nella rassegna. Abbiamo privilegiato opere capaci di suggerire un altro sguardo sulle architetture che ci circondano, come quelle sui musei di tutto il mondo di Max Tomasinelli e quelle sui teatri di Patrizia Mussa. Lavori capaci di trasmettere in profondità l’emozione data dalla sontuosità (e forse anche dalla sacralità) delle creazioni umane. La stessa emozione che trasmette Maura Banfo capace di suggerire, con l’interpretazione personale di opere architettoniche, l’accesso a un mondo diverso e arcano e al tempo stesso commuovere (rimandando di nuovo così ai diritti umani) con la semplice immagine di un vecchio letto gettato in un cortile. E un altro mondo lo suggerisce o lo ipotizza anche Luisa Raffaelli con le sue fotopitture virtuali. Un mondo semplicemente bello e forse inesistente, ma in qualche modo, che io non so spiegare, legato profondamente a qualcosa di interiore di ognuno di noi. Un mondo onirico e forse irreale dove ci identifichiamo con i gesti del personaggio protagonista delle opere. Forse in quello stesso mondo che a parole non si può raccontare ci conducono le immagini di Michele Calia. Paesaggi e architetture minime alle quali viene sottratto con dei graffi ancora qualcosa. Mentre Roberto Mineo con le sue fotosculture ri-crea e ri-disegna situazioni esistenti nel reale dando ad esse un’atmosfera surreale laddove sogno e memoria si mescolano e si espandono. Patrizia Dottori ed Elena Lazzari ci dimostrano come si possa, anche in luoghi dove velocità e tecnologia sono padrone come Berlino e New York, semplicemente viaggiando ed osservando con sensibilità, vedere il mondo con un altro sguardo capace di percepire bellezza ed eleganza ovunque. Ed è forse proprio dall’osservazione sensibile che nascono le forme (apparentemente) inventate dall’uomo. Lo suggerisce Lia Pascaniuc con il suo lavoro di ricerca sul Natural Design. Forme, colori e luci naturali creano composizioni geometriche e cromatiche (apparentemente) artificiali. E sullo stesso paesaggio naturale si soffermano gli sguardi di Valeria Calderoni e di Francesca Vergnano riportandoci invece al mondo primordiale, celebrando la natura selvaggia dalla quale in ultima analisi tutto scaturisce. La selezione che io, Lidia, Sanfo e Angelo abbiamo fatto, insieme all’abbinamento con le location ha dato un risultato per noi molto soddisfacente. Pensiamo che il lavoro di gruppo realizzato con arte, sensibilità e professionalità da parte di tutti noi, tutto lo staff, gli autori e chi ci ha ospitato sia in sintonia con il grande bisogno di tutti di arricchire lo spirito dell’uomo con un altro sguardo. Mauro Villone |














